• to be understood

    Correva il 4 April 2009 quando Shea scrisse ciò e dopo aver tirato un d20 lo inserì in: real-life, videogames. Non contento, per rendere le cose più difficili inserì anche questi tag: , , | Nessun commento »

    Pomeriggio tardo, durante la settimana, contesto universitario. Sei lì che aspetti una presentazione di un libro. Chiacchieri del più e del meno, inizi con cose abbastanza intelligenti… No beh, inizi con battute idiote, poi per tre secondi assumi un contegno quasi serioso, ma dal momento che non riesci a tenerlo per più di tre decimi di secondo (che è un buon risultato, se assumi per sistema di riferimento temporale quello del mondo dello slittino. Lì se sei avanti di qualche millesimo è un’eternità. Traslando la normalità sul piano metafisico dello slittino diciamo che qualche decimo di secondo possono rappresentare svariate ere geologiche…) il discorso vira ovviamente sui videogiochi.

    Parte il trenino dell’amarcord, del “ma ti ricordi”. Il vaso di Pandora si scoperchia e per colpa di quella “banale” presentazione di un libro l’epico confronto di titoli, esperienze, immagini deve interrompersi. Ma prima, dalle rimembranze si è passati alle “addiction”. E’ lì che esci fuori tu, vero cultore di Winning Eleven. Dalla terza persona, sfruttando l’hook della modalità Diventa un Mito, passi alla prima persona ed è la fine.

    “No perché adesso gioco nel Manchester!”
    Risate.
    “No davvero, sono stato anche capocannioniere di Champions e miglior assistman! Mi han convocato in Nazionale per i mondiali”
    “Addirittura!??”
    “E ho segnato! Ho segnato!”. Pausa. “Perché poi c’è da dire che sono al Manchester con la numero sette, roba che hanno venduto Cristiano Ronaldo per me!”
    “Quindi dovremmo essere onorate di sedere qui accanto?!”
    “Ovvio che sì!”

    E’ in questi piccoli istanti di partecipazione goliardica che quasi ti senti compreso.